Diari di caccia: ricordo di Tom

Il mio Tom non c’è più. Un male incurabile ha avuto il sopravvento. Mi ha lasciato nel più grande degli sconforti. Era il miglior cane che ho posseduto. Ora mi sento affranto e solo. Non so se potrò continuare a cacciare senza di lui. So che lo farò ugualmente, ma so anche che di lui serberò sempre un ricordo indelebile. Gli tributo un ricordo: il racconto della ferma della prima beccaccia. Lo voglio ricordare così.

Tom non era ancora di mia proprietà. Era di Giuseppe, amico di mio fratello Paolo. La prima esperienza venatoria a cinque mesi. In quella storica occasione il cagnolino procedeva con l’incedere titubante mai in sintonia con quella possente e autoritaria di uno stuolo di cani professionali già transitati con tracotanza in un invitante boschetto dell’area golenale del Po, meta  abituale del mio fratellone col suo amico Giuseppe.

Dopo alcune centinaia di metri ecco che all’appello dei cani manca  proprio il più giovane e inesperto Tom. Giuseppe  non si dava pace e  tacciava l’amico di scarsa attenzione e dilettantismo venatorio, scomodando anche figure ultraterrene ed altre autorevoli divinità. La perdita di un cane è sempre un fatto increscioso, quella di un cucciolo  ancora di più.

Mio fratello e l’amico  tornarono sulle proprie tracce mettendo a soqquadro le  tasche alla ricerca di un fantomatico fischietto, mai presente nei momenti topici. Ebbe inizio la sinfonia delle ugole con grida ed urla di una veemenza tale, da far impallidire gli ipotetici abitanti planetari della zona. Il tempo ha le sue regole. Impietoso come l’anagrafe, scandisce le tempistiche degli eventi con monotona maestria. Non si può modulare il tempo, non lo possiamo far nostro a piacimento, non possiamo arrestare il giorno, le ore, i minuti, come non ci è concesso neppure  prolungare le emozioni quando sono belle o distruggerle in caso di delusione.

Il pomeriggio di quel giorno infausto, in quel bosco che sarebbe stato ricordato come maledetto, i due amici avrebbero voluto proprio fermare il tempo e procrastinare il tramonto ormai incipiente. Avrebbero desiderato il giorno perenne, la luce, il sole anche cocente. Solo con la luce del giorno, infatti, si sarebbe potuta scorgere la figura di un piccolo cane, un inesperto  batuffolo dai peli scuri e dalla coda ricurva a mo’ di scimitarra concava verso l’alto, tipica del suo essere e del suo incedere. Ma la natura non appariva affatto solidale, era anaffettiva e prossima a segni di insofferenza. Fra non molto una densa nebbia avrebbe  decretato la fine delle ricerche,  gettando tutti nello sconforto. Presto si sarebbero messe a pieno regime  nugoli di zanzare e magra sarebbe stata la consolazione che nel genere anopheles solo le femmine sono dotate di tropismo per i cercatori di cani novizi.

Le urla di richiamo si susseguivano a ritmi dapprima cadenzati, poi in modo disordinato. Le corde vocali tese all’inizio come corde di un arco in tensione, apparivano ora stremate per quel superlavoro infruttuoso. Si concedevano pause sempre più dilatate con emissione di disfonie frutto di stanchezza e scoramento. Presto l’usignolo avrebbe iniziato i gorgheggi serali e già in lontananza apparivano  gli aironi cenerini alti nel cielo: avevano iniziato il  rauco  lamento difficilmente scambiabile per un saluto benaugurante. Erano diretti ai luoghi di riposo come da copione giornaliero con una monotonìa  più lugubre del solito.

Da sempre quegli uccelli antipatici a quell’ora comparivano nel firmamento alla medesima altezza, col loro cadenzato battito d’ali, con la ancor più irritante melodia diretta chissà a chi e per che cosa. Ma forse per un semplice saluto e nulla più. Un merlo irruppe all’improvviso col suo chioccolìo irridente. Sembrava  dileggiare i protagonisti dell’inaspettata disavventura. Ma forse non era segnale di beffa. Prese la  direzione   di un anfratto boschivo, per scendere con  una veloce piroetta  sotto un grosso tronco di pioppo avvinghiato da edere lussureggianti prima di prodursi in uno strano slalom fra le piante più alte.

Si percepì un saluto, questa volta più netto e meno beffardo, quasi un presagio. A Giuseppe,  stremato più per dovere che per convinzione, non rimase che assecondare e seguire quel  merlo. Ed ecco comparire Tom,  pietrificato più di una statua. Bloccato sugli arti come più non  può rendere neppure la mummificazione, con la coda ad uncino e le frange diritte verso il basso, con la lingua protrudente lateralmente alla rima labiale, il nostro piccolo eroe manteneva integra l’espressione di chi ha scovato qualcosa di importante, di raro, curioso e, forse proprio per questo,  gradita anche al padrone di cui avvertiva i richiami, ma che non poteva assecondare per non vedere interrotta quella  negoziazione  piena di fascino.

Il tartufo era inebriato da un odore intenso, diverso da quelli a lui più familiari, anche se non li aveva ancor bene impressi nel suo naso; ma non aveva dubbi sul fatto che quegli effluvi appartenessero ad un essere errabondo  capitato lì forse per sbaglio. Esalava  una accozzaglia di aromi diversificati, dolci e delicati ma propri dei boschi di altri luoghi. Questo era ciò che il piccolo Tom elucubrava da quando aveva captato quell’odore magico e misterioso.

Giuseppe faceva trambusto nel suo incedere pesante. La strettoia da superare era una accozzaglia di rami mal addomesticabili, tanto da richiedere sforzi fisici supplementari. Anche a Paolo, rimasto indietro, parve di essere prossimi all’epilogo. All’unisono si udirono il grido di gioia di Giuseppe e il battito d’ali della beccaccia. Poi il salto di Tom che avrebbe voluto due ali per seguire l’uccello beccuto. Si dovette accontentare di alcuni balzi di vana speranza: l’uccello si stava allontanando dal cane, fra un attimo sarebbe scomparso, inghiottito dal plumbeo del bosco e dalla oscurità delle tenebre.

Fra qualche momento la nebbia, come una saracinesca, avrebbe sancito la separazione di due esseri e due anime che si erano incontrati ed in silenzio osservati per alcune ore, forse per timori reciproci  o più probabilmente per curiosità e ammirazione. Avrebbe concesso l’ intangibilità dei segreti di entrambi, affidandoli al destino che per loro era già stato deliberato.

Pietro Cortellini

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