Giacomo Nicolucci: caccia e conservazione

Giacomo Nicolucci, avvocato, docente all’Università degli Studi di Urbino e naturalmente cacciatore, da anni approfondisce le tematiche giuridiche relative all’ambiente, con un’attenzione particolare alle aree protette ed alla conservazione della fauna selvatica. E’ infatti autore di svariate pubblicazioni a tema di protezione della natura e gestione faunistica, ed ha contribuito con diversi articoli sulla normativa venatoria anche su queste stesse pagine di aCaccia; si è occupato anche di formazione dei cacciatori, tenendo corsi sul prelievo degli ungulati. Figura autorevole e conosciuta nonostante la giovane età, Nicolucci è espressione di una cultura venatoria ed ambientale che per molti versi purtroppo ancora manca in Italia, ma che, proprio grazie al contributo di personaggi come lui, si sta via via affermando tra i cultori più illuminati della dea Diana, con l’obiettivo di raggiungerne tutte le fasce anagrafiche e sociali; perché è solo dalla cultura, dalla buona gestione e dalle conoscenze scientifiche che la caccia potrà attingere nuova linfa vitale.

Buongiorno Avv. Nicolucci, si presenti a chi ancora non la conosce.

Sono avvocato e docente universitario in materie giuridiche (Procedura penale, Diritto amministrativo e Diritto dell’ambiente). Mi occupo professionalmente degli aspetti giuridici legati alla gestione e conservazione della fauna selvatica, nonché alla gestione delle aree protette. Sono Presidente della Sezione Regionale Abruzzo e componente del Consiglio nazionale dell’associazione venatoria EPS.

I cacciatori sono spesso additati come dei fuorilegge dediti a comportamenti scorretti: come avvocato lei che idea si è fatto?

I cacciatori rappresentano uno dei tanti spaccati della società italiana. C’è molta brava gente, c’è qualcuno abituato a vivere sulla linea di confine della legalità e, in mezzo, tante persone che hanno bisogno di essere considerate e rivalorizzate, piuttosto che abbandonate a se stesse e contabilizzate soltanto come dei numeri.

La caccia, in Italia, con rarissime eccezioni, differentemente dagli altri Paesi europei, non ha radici culturali profonde e non ha mai permeato davvero il tessuto socio-culturale italiano, dove oggi, per diverse ragioni, ha invece assunto un’accezione quasi prevalentemente negativa.
Porto un esempio: sulle pagine di un catalogo Ikea di appena qualche anno fa, un’ipotesi di soluzione abitativa era “decorata” con dei trofei in bianco di capriolo appesi alle pareti. Lì è tradizione e cultura del territorio. La caccia, le armi, appaiono fra gli arredi di qualsiasi pub del Regno Unito o in qualsiasi birreria della vecchia Europa. Da noi invece si griderebbe allo scandalo. Del resto, la caccia “nostrana” è sempre stata un po’ una predazione casuale e sciatta di piccola selvaggina, quasi per hobby, quasi per consuetudine, spesso per sopravvivenza alimentare.

Scontata inesistenza del Waidwerk, come nei paesi d’oltralpe, la selvaggina non ha mai posseduto un valore intrinseco (quanti cacciatori non si curano tutt’oggi di molta avifauna abbattuta al volo ma non recuperata?), non c’è alcun solido legame con la proprietà del fondo e per anni la caccia è stata formalmente inquadrata fra gli “sport”. L’icona socialpopolare della domenica di Fantozzi ha tratteggiato qualcosa di molto vicino alla realtà. Risalire questa china oggi diviene un’impresa epica. E, come accade nel mito di Sisifo, ogni immancabile incidente di caccia, ogni atto di bracconaggio, cui non consegue “mai” una presa di posizione o di distanza da parte di Atc o Associazioni venatorie, determina la creazione di ulteriori ostacoli verso un possibile ed ipotetico percorso di rivalorizzazione dell’attività venatoria.

Animalisti e gruppi estremisti: cosa ne pensa?

Stiamo attraversando un brutto periodo. Gli estremismi sembrano aver scalzato il vecchio buon senso. E, come al solito, è tutto ben alimentato da profonde sacche d’ignoranza e da tanta pessima comunicazione. Basti pensare a quello che accade sui social. Umberto Eco aveva proprio ragione!

Le fiere della caccia: che cosa ne pensa e cosa le  piacerebbe trovare di diverso all’interno di queste manifestazioni?

Sono luoghi in cui si stanno realizzando dei piccoli grandi passi verso un percorso di evoluzione culturale venatoria. Ma vorrei non sentirvi più il suono stridulo dei vietati richiami acustici …

Lupo, tema caldo: che idea si è fatto? Favorevole o contrario all’abbattimento selettivo degli esemplari problematici?

Ormai, per la modificazione del paesaggio agrario e montano tradizionale, la fauna selvatica sta conquistando nuovi ed impensabili scenari di distribuzione ed anche di densità. Dopo l’urbanizzazione del cinghiale, la ricomparsa del lupo non deve stupire nessuno. Il problema è che questo fenomeno ha soltanto decretato la drammatica costruzione di barricate tra i protezionisti ad oltranza e tra chi vorrebbe subito inserire il lupo fra le specie cacciabili, resuscitando ataviche credenze.

La legislazione europea, sul punto, è per fortuna chiara, ben strutturata e pedissequamente recepita dal legislatore italiano ormai ben ventuno anni fa. Dunque, il lupo è tutelato in quanto: ne è vietata la cattura o l’uccisione di esemplari specie nell’ambiente naturale; o il disturbo durante tutte le fasi del ciclo riproduttivo; o il danneggiamento o la distruzione dei siti di riproduzione. Ma la previsione non è inderogabile, giacché il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, sentiti per quanto di competenza il Ministero delle politiche agricole e forestali e l’Istituto nazionale per la fauna selvatica, può autorizzare prelievi o abbattimenti, a condizione che non esista un’altra soluzione valida e che la deroga non pregiudichi il mantenimento, in uno stato di conservazione soddisfacente, delle popolazioni della specie interessata nella sua area di distribuzione naturale.

Tali misure possono essere prese per proteggere la fauna e la flora selvatiche e conservare gli habitat naturali, oppure per prevenire danni gravi, specificatamente alle colture, all’allevamento, ai boschi, al patrimonio ittico, alle acque ed alla proprietà, od anche nell’interesse della sanità e della sicurezza pubblica o per altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico, inclusi motivi di natura sociale o economica, o tali da comportare conseguenze positive di primaria importanza per l’ambiente.

E’ abbastanza diverso invece il discorso per quanto attiene al territorio delle aree protette, dove è prevalente l’interesse naturalistico, ed i conflitti con le attività antropiche vanno risolti secondo altri strumenti giuridici.
A livello normativo non va modificato nulla, esistono tutti gli strumenti per attuare obiettivamente dei modelli scientifici d’intervento. A patto che la scienza non diventi ideologia o, peggio ancora, politica.

Ma, prima di tutto questo, occorre sedersi in un punto panoramico durante una giornata tersa e guardare come sono cambiate le nostre campagne e le nostre montagne, magari usando per il confronto una fotografia di cinquant’anni fa. Alla riflessione deve accompagnarsi una ponderazione di quanti succulenti ungulati, cinghiali in particolare, sono presenti sul territorio, ed immaginare così perché una specie come il lupo non dovrebbe riprodursi ed espandersi così come sta accadendo. Fatta questa considerazione, è il caso di chiedersi se il contenimento del predatore sia proprio la prima ed unica soluzione disponibile.

Cinghiale e braccata, gestione degli ungulati: qual è secondo lei la situazione attuale in Italia?

C’è qualche esempio di virtuosismo. Ci sono delle eccellenze, è vero. Ma per lo più la situazione è drammatica. E tutto questo un po’ ovunque, a prescindere dalla latitudine o da eventuali radici storiche di alcune forme di caccia. Gli interessi in gioco spesso sono in conflitto tra loro. Si creano, su delle legislazioni inadeguate, regolamenti e cavilli burocratici, sovente del tutto inopportuni, e spesso controproducenti. Purtroppo, molti funzionari e tecnici non hanno né il polso del contesto sociale in cui vanno ad incidere, né conoscono alcune statuizioni base della teoria generale del diritto, secondo cui le norme giuridiche vengono rispettate non tanto se sono accompagnate da poderose sanzioni punitive in caso di trasgressione, ma semplicemente se sono per buona parte condivise dai consociati che sono chiamati a rispettarle…

Riformerebbe la 157/92? E se sì,in che modo?

La legge 157 ormai, quel malriuscito copia-incolla della più vecchia legge del 1977 (che a sua volta trova le basi dieci anni prima), va il più rapidamente possibile cestinata. E’ un po’ il vaso di Pandora della caccia. E crea normalmente dei mostri. Si pensi (faccio populismo!) all’esegesi giurisprudenziale dell’atteggiamento venatorio, o alla sequenza dei divieti di cui all’art. 21, ai periodi di cui all’art. 18, alle sanzioni, sovente di difficile interpretazione. Ma anche al ruolo vano degli Atc: luoghi di lottizzazione di interessi personali e mero centro di spesa per polli colorati e conigli obesi. E’ facile riformare la 157/1992: si può scegliere se rappezzare un simile colabrodo o se, com’è doveroso, riscriverla con una penna nuova dipartendo da un bel foglio bianco ed immacolato.

Ed è già agevole fare un buon lavoro di semplice copiatura di alcune legislazioni europee. Persino la legge tedesca del 1934 è modernissima rispetto alla nostra del 1992. Quella Slovena del 2005 addirittura futuristica. Paradossalmente anche il testo unico del 1939 possedeva più spunti di gestione rispetto all’attuale formulazione normativa. Il problema è che seriamente non lo farà nessuno. I cacciatori, ormai, sono considerati politicamente una minoranza, per giunta scomoda e, infine, legati alle logiche delle associazioni venatorie mai cresciute, che propugnano ancora la riapertura a peppola e fringuello.

La situazione è grave. Non solo nessuno in parlamento approverà agevolmente una riforma della 157, ma nemmeno sapremo cosa verrà fuori qualora s’iniziasse a discuterne. Il potere modificativo, anzi di stravolgimento, degli emendamenti è spaventoso. Oggi avrei davvero paura se il sempre più insipiente parlamento dovesse appoggiare la penna su un testo di legge in materia venatoria.

Abolizione dell’842: favorevole o contrario? Perché?

Proprio perché, tolte le boutade di disegni di legge presentati (ce ne sono, depositati nelle Camere, centinaia, migliaia, dai più seri ai più strampalati e con qualsiasi oggetto), difficilmente il Parlamento si occuperà di riscrivere la 157 e con le paure ragionevoli di quel che ne verrebbe fuori se ciò accadesse, oggi, l’unica vera soluzione appare quella di abrogare l’art. 842 c.c. Ho tratteggiato in una mia pubblicazione sulla rivista on-line www.greenreport.it quali possono essere le adeguate modalità per procedervi.

Che cosa manca oggi alla caccia italiana?

Un profondo spessore culturale ed un valido ed adeguato ricambio generazionale.

Comunicare la caccia: cartaceo o web?Perché?

Sono tutte e due delle forme valide. Ovviamente l’immediatezza e la capillare diffusività del web non ha paragoni. Il cartaceo, con magari belle foto o illustrazioni, agevola una serata di lettura in poltrona.

Qual è, secondo lei, il futuro della caccia in Italia?

Oscuro e nebbioso! Occorre darsi da fare e senza ritardo!

 

Monica Sergelli

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