Spartaco Gippoliti: zoo e conservazione

Il dibattito sugli zoo è sempre attuale,  incentrato e diviso fondamentalmente  tra sentimentalismo e scienza. E’ fondamentale però scindere il concetto di conservazione dall’animalismo tout court: quest’ultimo, infatti,  seppur e “condivisibile” in parte negli intenti, spesso si perde poi nella “pratica”, portando a conseguenze totalmente opposte e persino deleterie per la conservazione.  Ne parliamo nel dettaglio con l’amico Spartaco Gippoliti, noto conservazionista internazionale e uno dei massimi esperti italiani sugli zoo, che ha accettato di rispondere a qualche nostra domanda proprio sulla questione più che mai attuale: gli zoo sono solo anacronistici serragli, o sono invece un’opportunità per la conservazione?

Buongiorno caro Spartaco, raccontaci un po’ di te e del tuo lavoro.

Ho avuto l’opportunità di toccare con mano, sin da giovanissimo, la realtà del Giardino Zoologico di Roma, e poi di visitare i più importanti zoo nel mondo.  I miei maestri virtuali sono stati Bernard Grzimek, Desmond Morris, Rodriguez De La Fuente, tutti grandi divulgatori e tutti coinvolti nella gestione di importanti zoo.  Poi mi sono diviso nella mia vita tra la conservazione e lo studio dei mammiferi africani nel loro habitat naturale  e la gestione degli animali in diversi zoo, senza mai avvertire contraddizione. E questo semplicemente perché, alla fine, una maggiore consapevolezza e conoscenza del mondo animale è essenziale per creare un supporto alle azioni di conservazione.

Cosa sono oggi gli Zoo, come si differenziano nel mondo e come funzionano?

La situazione è ovviamente variegata, ma vi è un nucleo cospicuo di strutture che si riconoscono in associazioni internazionali professionali e che rappresentano una delle fonti maggiori di finanziamenti per la conservazione della biodiversità a livello globale.  Una caratteristica dello zoo moderno è che lavora in rete in un network continentale e mondiale. Vi è poi la produzione di ottima ricerca nel campo dell’educazione scientifica, delle scienze veterinarie, sul comportamento e sulla  fisiologia animale, ma anche sul benessere animale. Non solo la funzione educativa degli zoo è oggi insostituibile, ma essi formano straordinarie professionalità che poi si dedicano allo studio e alla conservazione animale in natura. E ricordiamoci che, al punto in cui stiamo, spesso non esiste più una netta separazione tra vita allo stato selvatico e in cattività.

Puoi citarci alcuni dei risultati ottenuti dagli zoo in campo conservazionistico?

Beh, senz’altro la salvezza del bisonte europeo, con la creazione della Società Internazionale per la Conservazione del bisonte europeo nel 1921, rappresenta uno degli esempi più profondi e proficui del ruolo degli zoo moderni. La Grande Guerra è finita da poco quando zoo di diverse nazioni si mettono insieme per salvare il bisonte. Esiste anche una sezione italiana che raccoglie fondi per il progetto, e che viene criticata dal mondo venatorio nazionale. Oscar de Beaux risponde che il bisonte è patrimonio di tutti gli europei e per questo va tutelato da tutti. In sostanza, un bell’esempio di collaborazione ed europeismo ante litteram. In tempi più recenti ricordo la reintroduzione di individui nati negli zoo di tutto il mondo (ma formalmente di proprietà del governo brasiliano) dei piccoli primati del genere Leontopithecus, endemici della Foresta Atlantica del Brasile sud-orientale. Questa operazione non solo ha favorito la sopravvivenza di questa specie emblema, ma ha ricadute positive su decine di migliaia di specie endemiche della Mata Atlantica, come l’oscuro roditore Abrawayaomys ruschii, unico rappresentante vivente del suo genere.

Ritieni che un certo animalismo “integralista” possa addirittura remare contro la conservazione?

Premetto che dopo Darwin non è accettabile creare una barriera tra uomo e animali, e gli stessi nostri antenati, cacciatori e raccoglitori, mostravano grande rispetto per le loro prede. Per cui ritengo che un certo grado di ‘animalismo’ o zoofilia sia fisiologico e benvenuto. Se però si raggiungono i livelli di oggi dove, per esempio, si accusano cacciatori, zoo e circhi di qualsiasi misfatto, mentre non si può parlare dell’impatto del randagismo felino sulla fauna (argomento che le associazioni ambientaliste evitano accuratamente di toccare), allora mi sembra che questo animalismo non abbia nulla a che vedere con la conservazione della biodiversità.

In conclusione,  cosa credi possano rappresentare in futuro gli zoo?

In un recente convegno sull’argomento tenutosi all’Accademia dei Lincei ho concluso che abbiamo bisogno di giardini dell’intelligenza (il nome utilizzato in Cina per indicare i primi zoo) e della biofilia, che parlino di scienze naturali e di evoluzionismo, che siano multiculturali e democratici nell’affrontare questioni complesse come la gestione del lupo o la salvaguardia dell’Amazzonia. Essi devono essere considerati sedi diplomatiche che perorano la causa della biodiversità a livello planetario, senza però dimenticare le esigenze delle comunità locali.

Giuliano Milana

 

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