AIW, Orso Marsicano:”quando disinformare diventa una pratica”

[Comunicato Stampa] Nell’aprile scorso è circolato nel web un comunicato stampa del www.vglobale.it che annunciava l’imminente uscita in America di un libro dal titolo “No word for wilderness”, scritto da un certo Roger Thomson che, secondo il suddetto comunicato, dovrebbe essere “un libro rivelatore” sulla storia e situazione dell’orso marsicano degli ultimi decenni.

Non so cosa vi sia scritto perché non ho ancora avuto modo di leggerlo, ma quale primo ricercatore sul campo di quest’animale, a partire dal lontano 1970, credo di essere in grado di rivelare molte cose su quest’animale; ed anzi, penso di averle già rivelate nelle mie innumerevoli pubblicazioni ed articoli diffusi in questi ultimi quasi cinquant’anni, senza la lettura dei quali nessuno studioso, giornalista o scrittore potrà mai far conoscere quella che nel suddetto comunicato viene presentata come “la disperata lotta per salvare il Grizzly italiano”. E non credo che quell’autore americano abbia avuto modo di leggere qualcuno di quei documenti (oggi in grado di essere raccolti in un libro, il quale sì, farebbe quella storia!). Non voglio dire che quell’autore sia stato ingannato, ma certamente non informato forse sì.

In attesa di poter leggere quelle pagine, che probabilmente meriteranno una lunghissima serie di smentite o di precisazioni, anche con riferimenti storici di chi quei tempi li ha vissuti in presa diretta, mi permetto solo di esaminare alcune delle inesattezze (disinformazioni?) almeno riportate nel suddetto comunicato, che qui riprendo e commento.

Allarme per il plantigrado italiano dallo scrittore naturalista Roger Thompson, in un libro rivelatore di prossima diffusione negli Usa, dal titolo «No word for wilderness». Narra la disperata lotta per salvare il “Grizzly italiano”, il più raro Orso del mondo. Che vive ancora, perseguitato e braccato, a due ore d’auto da Roma

Noto subito il tocco giornalistico di definire “Grizzly” l’Orso marsicano, quando neppure negli USA si definisce Grizzly l’Orso bruno del resto dell’America del Nord, notoriamente definito Brown Bear, Orso bruno, caso mai solo distinto dalla località in cui vivono le varie popolazioni (Alaska, Kodiak). Grizzly sono solo definiti gli orsi bruni delle Montagne Rocciose (e un tempo delle pianure) degli Stati del cosiddetto West; una denominazione che risale all’epoca dei Mountain Men, ma che non ha alcun valore scientifico: i Grizzly altro non sono che Orsi bruni.

Questa volta l’allarme giunge dall’America. Come mai l’animale più importante della fauna italiana, l’Orso bruno marsicano, continua ad essere massacrato?

Parlare di “massacro”  è un’altra esagerazione. In Abruzzo non c’è mai stato alcun massacro di orsi, termine che presuppone l’uccisione di numerosi esemplari contemporaneamente. Al massimo vi sono stati casi rari di uccisione di due (presi ai lacci per cinghiali) o quattro individui (femmina con tre piccoli avvelenati – sebbene all’epoca voci ufficiali in questo frangente scrissero di altri due individui trovati morti in località vicina, notizia poi, a dire il vero, malamente smentita dalle stesse autorità).

È mai possibile che chi lo uccide resti sempre impunito?

In realtà in cinquant’anni sono rimasti impuniti solo i responsabili di morti casuali di orsi, quali incidenti con automobili o con treni o anche con armi da fuoco, ma i cui responsabili è stato impossibile identificare a distanza di giorni dai fatti. Impuniti sono stati anche considerati altri ipotetici responsabili di uccisione e/o morti, ma per la semplice ragione che la loro responsabilità non è stato possibile dimostrarla nonostante tutta la buona volontà messa dalle autorità per giungere alle prove (il caso del suddetto avvelenamento è uno, l’altro, quello recente di Pettorano sul Gizio, “assolto perché il fatto non costituisce reato”, o quello recentissimo dell’orso morto sotto sedativo, ma il cui dolo è tutto da dimostrare, tanto che le stesse autorità giudiziarie avrebbero dichiarato una “non apertura di fascicolo di inchiesta”). Solo in un caso un pastore, inoppugnabilmente responsabile dell’uccisione di un orso ha subito una condanna: un certo Sarra (?) di Pescosolido (Frosinone), praticamente colto in flagrante grazie all’azione antibracconaggio di un servizio speciale ideato dal guardiaparco Gerardo “Lillino” Finamore, negli anni ’80.  Questo per dire, che non c’è mai stata la volontà di “salvare” i responsabili delle uccisioni, ma solo l’impossibilità di sapere chi aveva ucciso, o perché chi ha ucciso sia stato ritenuto non colpevole dalla stessa magistratura. Quindi, impuniti sì, ma non con responsabilità addossabile alle autorità o alla magistratura, come l’allusiva domanda potrebbe far pensare.

Perché il Parco nazionale d’Abruzzo, un tempo vero «faro» della conservazione della Natura, ammirato e imitato in tutto il mondo, continua a sfornare pessime notizie?

Che il Parco d’Abruzzo un tempo sia stato un «vero “faro” della conservazione della natura, ammirato e imitato in tutto il mondo» era forse vero, ma anche affermazione molto ma molto discutibile alle luce dei fatti che in seguito ne caratterizzarono la storia (fu addirittura a rischio di ritiro del Diploma Europeo, assegnatogli in quegli anni forse più per ragioni politiche che non per vero merito: bisognava salvarlo dall’assalto della potente – allora – speculazione edilizia!). Le pessime notizie sono certamente una verità, perché i fatti degli ultimi anni riguardanti questo Parco e l’orso marsicano le giustificano ampiamente: ultima, lo sfregio al suo stesso fondatore, i cui terreni che gli appartennero sono stati espropriati per trasferivi un depuratore: e nessuna autorità ha mosso un dito per impedirlo! Ma è vero anche che dal Parco, di pessime notizie ne uscirono altresì in passato, con strascichi giudiziari non proprio da ignorare.

Se lo chiede, sconcertato, lo scrittore naturalista Roger Thompson, in un libro rivelatore di prossima diffusione negli Usa, dal titolo “No word for wilderness”. Narra la disperata lotta per salvare il “Grizzly italiano”, il più raro Orso del mondo. Che vive ancora, perseguitato e braccato, a due ore d’auto da Roma.

Vero che c’è stata e c’è ancora una “disperata lotta” per salvare l’Orso marsicano; ma è una lotta piuttosto del mondo ambientalista contro le autorità, anche dello stesso Parco, che ha avuto inizio nei primi anni ‘settanta del secolo scorso e che ha coinvolto tutte le amministrazioni che si sono succedute. Che poi l’orso viva “ancora, perseguitato e braccato” è una favola, perché nessuno in Abruzzo o nel Lazio e Molise ha mai perseguitato e braccato l’orso marsicano; anzi, proprio le popolazioni dell’Abruzzo in particolare sono sempre state amanti, rispettose ed orgogliose del proprio orso. Né si può dire che lo abbiano perseguitato e braccato i cacciatori. Se gli abitanti locali (pastori e allevatori) o i cacciatori lo avessero voluto perseguitare e braccare l’orso marsicano sarebbe stato sterminato centinaia di anni fa come è avvenuto nel resto d’Italia!

Ma chi sta condannando a morte l’Orso marsicano? (*) Il Comitato Parchi Italia, che da tempo diffonde una serie di segnalazioni e realizza eventi, puntualizza che secondo l’Associazione a uccidere uno degli ultimi superstiti, questa volta, “è stato proprio quel Parco che in passato lo aveva salvato in extremis, e che oggi avrebbe dovuto proteggerlo con ogni mezzo.”

Dire che “ad uccidere uno degli ultimi superstiti, questa volta, è stato proprio il Parco che in passato lo aveva salvato in extremis, e che oggi avrebbe dovuto proteggerlo con ogni mezzo” è quanto meno una discutibile affermazione, in quanto l’orso è sì morto, ma non per colpa, caso mai solo per incauta sedazione. Che in quegli anni a salvarlo in extremis sia poi stato il Parco è un’altra affermazione molto ma molto discutibile, visto che dai circa 100 orsi dei primi anni ‘settata, si era man mano scesi fino a giungere ad una stima che già negli anni ‘ottanta era attorno ai sessanta/settanta e forse anche meno (come sostenne l’allora guardiaparco Gerardo “Lillino” Finamore, ad espressa domanda delle stesse autorità); ovvero, con una diminuzione della popolazione che aveva avuto inizio proprio in quegli anni. E una ragione, o anche più di una, ci doveva pur essere stata!

Non vogliamo qui instaurare giudizi, né pronunciare condanne, ci limiteremo solo a far conoscere i fatti concreti (senza tacere che, nel periodo della precedente Direzione, molti orsi erano stati catturati, esaminati, curati, senza che si verificasse mai alcun decesso).

Vero che in passato vi furono catture e sedazioni di orsi, ma certamente non così tante quante nell’ultimo decennio (anzi, furono pochissime; mentre vi furono invece catture e sedazione di camosci che portano alla morte di almeno due individui!); ed è ovvio che eventuali errori o incidenti siano proporzionati agli eventi: poche catture, pochi incidenti; tante catture più incidenti. Lo dice la statistica ma anche la logica.

“Non si parlerà però solo di Orsi, perché verranno anche presentati i nuovi Libri sui Grandi Predatori di recente pubblicazione (Lupus in fabula e Misteriosa Lince) fornendo in anteprima una quantità di nuove informazioni sul Carnivoro più calunniato, e su quello meno conosciuto, della Fauna italiana”.

La «misteriosa Lince» è tanto misteriosa, che non esiste alcuna prova storica della sua sopravvivenza negli Appennini; e tutte quelle divulgate sono state fake news. L’unica prova certa del fatto che la Lince in un lontano passato potesse essere vissuta negli Appennini, come ebbi un giorno a dire al noto zoologo Sandro Lovari, è il fatto che non è credibile che non vi fosse! Peraltro, anche il più noto ed unico esperto di felini d’Italia, il povero Prof. Bernardino Ragni, morto pochi mesi or sono, ha sempre negato la possibilità di una sua sopravvivenza in Appennino. Ci sono altri che amano parlare di fantasiose osservazioni del passato, e di altre più recenti del presente; queste vere, senonché, e non a caso, tutte successive ad incaute (illegali?) liberazioni da parte di ignoti; osservazioni (una addirittura, mia personale) di cui anch’io ho più volte avuto notizia. Osservazioni che però, guarda caso, sono tutte cessate a mano a mano che questi individui incautamente liberati sono finiti uccisi più o meno anonimamente.

(*) La responsabilità della situazione attuale va comunque ricercata tra coloro che, in tempi e modi diversi, per incompetenza o sete di potere, avidità di fondi o incapacità di analisi, hanno contribuito a determinarla. Facile indicarli: le autorità preposte, che si ritengono infallibili e governano l’azione; i baronati accademici, che risucchiano decine di milioni di euro di fondi europei; e le comunità che avidamente sfruttano l’attrattiva orso, ma coprono poi omertosamente gli assassini dei loro plantigradi; senza peraltro escludere quella parte dei media, che continua a prendere per oro colato le loro chiacchiere, ben guardandosi dall’andare a fondo e raccontare la verità.

Ma chi ha scritto questo periodo, si è mai informato di cosa succedeva nei periodi precedenti, quando altre autorità gestivano il Parco Nazionale d’Abruzzo? Se lo avessero fatto, forse si sarebbero accorti che nulla è cambiato!

Quando al principio del secolo dopo un’oscura ondata di accuse fu ribaltata la vecchia gestione dell’Ente, la nuova Direzione sosteneva che non fossero rimasti che 20 o 30 orsi. Come mai allora, dal 2002 ad oggi, hanno potuto esserne uccisi 60, o forse di più?

E come mai all’inizio degli anni ’80, quando il sottoscritto scriveva che gli orsi morti nei primi cinque anni di quel periodo erano molti di più di quelli censiti dal Parco (anche allora si parlò di una vera e propria strage: secondo i mie dati, circa 50!), le autorità di allora davano numeri molto inferiori per poter giustificare la presenza di almeno 70/80 orsi vivi mentre in realtà erano assai di meno (si veda in Airone N. 39 1986)? Non era forse lo stesso metodo adottato dagli attuali amministratori del Parco per ridurre le proprie responsabilità gestionali?

Fino a quel momento i plantigradi erano sempre schivi, invisibili, incontrarli era un vero miracolo: nel territorio ben presidiato, il disturbo di fuoristrada, quad e motocross era bandito, e le riserve integrali venivano rigorosamente protette.

Vero che gli orsi a quei tempi erano “schivi e invisibili” se non agli esperti. Ma vero anche che le Riserve Integrali (in realtà, l’unica vera riserva integrale del Parco era quella della Camosciara; altre due – Feudo Intramonti e Colle di Licco – erano del Corpo Forestale) non avevano alcuna funzione limitativa al turismo che potesse danneggiare gli orsi, ed anzi il turismo escursionistico (lo definivano ecologico!) era allora più che mai in auge in ogni luogo del Parco e dallo stesso Parco sponsorizzato, anche e proprio ai confini di quelle Riserve, di fatto considerate più un’attrazione turistica che non un freno!

Cosa ha indotto di colpo gli orsi a diventare “paesani”, alla ricerca di pollastri, finendo poi assassinati uno dopo l’altro? Perché si inganna la pubblica opinione chiamandoli “confidenti” o “problematici”, come fosse colpa loro? È difficile capire che a renderli “spoiled” (viziati, deviati), sono state proprio le malefiche “esche olfattive” a base di polli e pesce, collocate in punti comodi da raggiungere dai ricercatori invasivi?

Vero. Qualcuno dice che proprio quelle esche con carne di pollo per attrarre gli orsi e farli cadere nelle tagliole di cattura furono l’inizio di quel processo che portò poi gli orsi a ricercare sempre più galline e pollame in genere! Peccato che quel primo ricercatore incaricato di catturare e radio-collarizzare  gli orsi (lo svizzero Hans U. Roth), il quale utilizzò quei cosiddetti (allora) “punti di carne” per attrarre gli orsi nelle tagliole, sia stato autorizzato a farlo proprio dalle autorità del Parco allora al potere! E, si noti bene, col compito di dimostrare che non era il turismo a spaventare gli orsi e a spingerli a quella che io avevo definito “diaspora”, addebitandola alla politica di gestione turistica del Parco Nazionale, ma altre ragioni (mai trovate!).

Qualcuno, un giorno, dovrà dare risposta a tutti questi interrogativi. Rifuggendo, una volta per tutte, da finzioni, menzogne e manipolazioni. Solo allora forse, si potrà riprendere con speranza il faticoso cammino per il salvataggio dell’Orso marsicano.

Condivido, e come no! E concludo, consigliando a chiunque volesse comprendere la situazione dell’Orso marsicano e le ragioni per cui siamo giunti alla drammatica situazione di oggi, almeno di leggersi tutti i rapporti alle autorità da me scritti e diffusi in quegli anni, nonché tutti gli articoli (e sono decine!) apparsi nelle pagine della raccolta del periodico Documenti/Wilderness da me diretto. Chiunque pretenda di fare la storia degli ultimi cinquant’anni dell’Orso marsicano senza aver letto questi studi (pubblicazioni scientifiche ufficiali), rapporti, documenti, saggi ed articoli a mia firma, non potrà che scrivere una storia di parte e, quindi, disinformare l’opinione pubblica.

Murialdo, 5 Giugno 2018

Franco Zunino   – primo studioso sul campo dell’Orso bruno marsicano

Segretario Generale Associazione Italiana Wilderness

 

 

 

 

 

 

 

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