Giulia Corsini: veterinari e animalismo

Molti non addetti ai lavori, o comunque non addentro a certi argomenti, non centrano la differenza che spesso emerge tra l’approccio a determinate tematiche di un naturalista/zoologo e quello di un veterinario. C’è da dire che oggi, spesso, è complicato confrontarsi anche con i propri colleghi, e non serve sconfinare troppo in altri ambiti. Almeno in teoria, una tra le principali differenze è di metodo o quasi “filosofica”: per uno zoologo conservazionista il fulcro della conservazione non è l’individuo ma la specie mentre, per molti veterinari, ciò che va conservato o “salvato” è ogni singolo individuo a prescindere dallo stato di salute della specie. Questo apre importanti spunti che mi piace approfondire coinvolgendo una veterinaria.

Innanzitutto, ringraziando Giulia Corsini per aver accettato di rispondere alle mie domande, le chiedo di presentarsi.

Sono un giovane medico veterinario, lavoro con i piccoli animali. Qualcuno mi conosce per il mio passatempo nell’ambito della demistificazione scientifica, soprattutto riguardo agli animali.

Ho scritto qualche articolo qua e là.

Mi fa piacere rilasciare un’intervista per voi, ma non sarò mai della caratura di persone passate qui prima di me, come il conservazionista IUCN Spartaco Gippoliti.

Ritengo che spesso esista una percezione errata del medico veterinario e del rapporto che questi deve avere con gli animali. Il nostro codice deontologico non dice che un singolo individuo conti più di una specie o che il veterinario sia solo il “medico degli animali”. Il nostro codice promuove la conservazione, il benessere animale e la salute pubblica, e il ruolo del veterinario si inserisce nell’ambito del rapporto uomo-animale, riflettendo la società.

Al di là delle generalizzazioni e sapendo che non è il tuo caso, solitamente un veterinario ha un approccio che può prescindere da concetti ecologici?

Certamente.  Dipende dai valori che una persona ha, che sono extra-professionali. A seconda dei valori che un veterinario ha, può essere ecologista, animalista o altro.

Sulla base di questo, sì, ci possono essere veterinari animalisti che hanno approcci che prescindono da concetti ecologici, possono essere contrari alla conservazione ex-situ (zoo e bioparchi) e ai piani di controllo delle specie invasive (in sovrannumero) e aliene (che non appartengono a un determinato habitat). Ho saputo di colleghi che – ahimè – distruggevano le gabbie per la cattura delle nutrie (animali alieni invasivi che devastano argini e minacciano flora e fauna autoctona), che magari erano state piazzate lì proprio per il parere di altri colleghi che si occupano di conservazione ambientale. Evidentemente per loro il singolo animale invasivo era più importante delle specie minacciate.

Nonostante l’urbanizzazione, anche “concettuale”, delle campagne, il numero di animali domestici, in primis cane e gatto, non sembra diminuire. Quello che sembra cambiato è il rapporto con questi. Chi meglio di un veterinario può avere il polso della situazione?

Non saprei se io personalmente posso avere il polso della situazione in generale, non amo l’aneddotica. Considera che i proprietari che portano il loro animale dal veterinario sono un gruppo statistico di per sé selezionato. E quelli che non portano gli animali dal veterinario? Tra le persone che portano gli animali ci sono diversi tipi. Da quelli che farebbero di tutto per il proprio animale, a quelli che vogliono risparmiare per le vacanze. In generale negli ultimi anni c’è stata una fioritura della professione e della scienza veterinaria (in particolare per i piccoli animali) come riflesso del cambio di attitudine degli uomini nei confronti degli animali (Reinish 2009) che dipende dalla maggiore libertà e ricchezza delle persone successiva alla rivoluzione industriale (Spencer et al.,2006). Alcuni autori suggeriscono anche che le modifiche demografiche con famiglie piccole, l’aumento della longevità umana e l’instabilità delle relazioni abbia come risultato una più grande dipendenza emotiva nei confronti degli animali da compagnia (Ormerod et al., 2008) .

L’animalismo privo di basi scientifiche e seguito in maniera dogmatica spesso produce effetti opposti a quelli presenti negli intenti. “L’amore” per gli animali e per la loro conservazione può passare anche per il loro “prelievo”?

Secondo me bisogna fare delle distinzioni importanti partendo dai termini:

L’animalismo così come il conservazionismo, sono nati da principi morali differenti (Perry D.,2004).
Ritengo sbagliato considerare il conservazionismo un’esigenza puramente scientifica, poiché essa abbraccia implicazioni etiche, ma anche sociali e politiche. La biologia della conservazione nasce in seno al movimento conservazionista ove si considera l’attività umana come danno per l’ambiente, il dovere civico di mantenere l’ambiente per le future generazioni e l’applicazione di un metodo scientifico, e metodi empirici per adempiere a questo dovere morale.

La biologia della conservazione si preoccupa dunque delle specie, delle popolazioni e degli individui, o persino degli eventi globali e studia le relazioni tra essi. Non è interessata all’animale in sé come individuo, ma agli animali come comunità e all’impatto della popolazione intera.  Invece per l’animalismo, che deriva dalla filosofia dei diritti degli animali, il singolo animale viene considerato come essere dotato di status morale.

Per quanto riguarda i doveri morali che l’uomo ha nei confronti degli animali esistono diverse dottrine: In lingua anglosassone esiste differenza tra welfare (benessere) e rights (diritti) che spesso vengono confusi. Per i fautori degli animal rights, le stesse regole morali applicate agli umani devono essere applicate agli animali. Per i fautori dell’animal welfare ci si deve impegnare a ridurre la sofferenza inflitta all’animale e a migliorare le condizioni ambientali per ridurre la sofferenza fisica e mentale degli animali, senza opporsi categoricamente all’impiego degli animali per il consumo umano e per l’industria. Poi è nata una scienza, quella del benessere animale, che permette di valutare in maniera oggettiva lo stato dell’animale in modo da migliorarlo.
Partendo da questi diversi significati si può comprendere anche meglio cosa si intende per “amore” – parola complessa e variegata con tante sfumature – e acquisisce significati diversi a seconda dei contesti.

Quindi per un conservazionista l’amore per gli animali può e deve passare per il loro prelievo, nel rispetto dei pareri dei tecnici che si occupano di conservazione ambientale e in Italia della legge 157/92 che ha il compito di tutelare gli animali selvatici e regolamentare la caccia in modo che essa possa essere svolta senza pregiudicare la biodiversità, la conservazione delle specie e le popolazioni considerate come un bene da proteggere.  Addirittura la IUCN (International Union for Conservation of Nature) considera la caccia sostenibile uno strumento indispensabile per la preservazione della biodiversità. Per l’animalista (animal rights) il prelievo non è  assolutamente accettabile, per il welfarista (animal welfare) dipende ovviamente da come viene fatto. Sicuramente la parola più appropriata per definire l’amore degli animali in sé è è zoofilo, da zoo- animale e -filo, amore.

Concludo con una piccola provocazione: per un veterinario, ma anche per uno zoologo, è più logico essere un cacciatore o un “animalista”? E un cacciatore può essere un “animalista”?

Onestamente non penso ci sia una risposta perché dipende dai di nuovo valori personali che rispecchiano la propria sensibilità e il proprio vissuto. Il veterinario di per sé è il professionista che lavora nell’ambito del rapporto uomo-animale, che si può esplicare nelle varie forme ed è nient’altro che un riflesso della società, la società che accetta sia l’animale da compagnia che quello da produzione e che non accetta l’animale parassita.

Esistono quindi tra i veterinari sia i promotori dei diritti degli animali che i cacciatori ed hanno pari dignità nella misura in cui non infrangano il codice deontologico e soprattutto non obblighino i colleghi a condividere gli stessi valori.

Secondo me un cacciatore non potrà essere animalista (animal rights), ma potrà essere certamente welfarista o conservazionista (a seconda di come vive il suo passatempo), che sono altre forme di amore per gli animali.

Chiaramente quando si aderisce a certi valori non è sempre chiaro l’effetto che essi possano generare. La complessità delle realtà fa sì che persino l’inazione e l’abbandono della gestione della fauna selvatica abbiano delle conseguenze abbastanza importanti e inattese. Prendo ad esempio un fenomeno abbastanza noto: quando una popolazione di erbivori non viene contenuta, può superare la capacità del territorio quindi il numero di animali che soffrono di fame e sete diviene maggiore (Klein 1968; Leopold et al. 1947), c’è un aumento della mortalità e sofferenza relativo a un incremento delle malattie, parassitismo e conflitti (Cheatum 1951; Christian et al.,1964; Wilson et al., 1977). Come si potrebbe allora conciliare il fine ultimo dell’etica animale, che sarebbe quello di ridurre le morti e la sofferenza degli animali?

 

Giuliano Milana

 

 

 

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